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Magenta: San Martino e i giovani d’oggi

Magenta: San Martino e i giovani d’oggi

Un invito a tutti a imparare il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore, il linguaggio delle mani

Ripenso alla festa di San Martino di questo anno 2018 e mi viene di fare un collegamento tra il nostro Santo patrono e i giovani:
– noto anzitutto che la raffigurazione più classica di San Martino lo ritrae come un giovane soldato mentre divide il mantello col povero. É un gesto generoso che vede un giovane in azione;
– i giovani sono stati i protagonisti nell’attribuzione del San Martino d’Oro: Stefano Lavazza e Marco De Rossi, due imprenditori che hanno saputo realizzare in ambito lavorativo i sogni e le passioni di quando erano studenti;
– in un paragrafo della Lettera alla Città, “con immensa simpatia” mi sono rivolto ai giovani scrivendo che in loro “…vi è molta scioltezza e capacità di tessere rapporti con tutti, senza guardare alle differenze etniche o di religione. … aiutate anche noi adulti a fare un passo in questa direzione, scuotete con il vostro entusiasmo la nostra rassegnazione, accendete in noi una speranza!”;
– senza dimenticare, infine, che sono trascorsi solo pochi giorni dalla chiusura di un Sinodo della Chiesa universale sui giovani.

Tutti questi stimoli mi hanno portato a riflettere su quelle due domande, a mio giudizio decisive, già poste altrove e sulle quali ritorno volentieri: “Chi sono io?”, e soprattutto l’altra: “Per chi sono io?”.

I – Chi sono io è la domanda circa la nostra identità, e la data di nascita offre sicuramente una prima risposta. Sono nato in questo secolo, o nel secolo scorso?
Se sono nato in questo secolo significa che sono giovane e guardo la vita con quell’entusiasmo che mi deve contraddistinguere, chiedendomi qual è il talento ricevuto in dono che posso e devo trafficare.
Se sono nato negli ultimi decenni del secolo scorso vuol dire che sono adulto e ho una responsabilità nei confronti dei giovani nel costruire un mondo ragionevolmente sostenibile, così da offrire loro un vero futuro, che sia realmente praticabile.
E poi la mia storia: la famiglia da cui provengo, il Paese dove sono nato, la scuola che frequento, il lavoro desiderato o ottenuto, quindi la professione, la cultura, la religione: sono tutti elementi che ci aiutano a rispondere a questa domanda.
Ma credo che non possiamo narcisisticamente limitarci a guardare noi stessi – come parlando a uno specchio delle nostre brame a cui chiedere chi è il più bello del reame…
Ecco che la seconda domanda incalza: “Per chi sono io?”.

II – Per chi sono, a partire dalle mie doti e anche dai miei limiti: nessuno infatti ha solo pregi e niente difetti. Del resto anche il mio pregio, se fatto valere in maniera insistente e unilaterale, può diventare un difetto, e il mio difetto trasformarsi in pregio, se mi impegno a lavorarci un po’ sopra. Spesso siamo portati a bloccarci davanti alle difficoltà, mentre potrebbero essere proprio le difficoltà a stimolarci per compiere un passo in avanti.

Per chi sono, a partire dalle relazioni con gli altri, che trovano il loro vertice nella relazione affettiva. È molto importante imparare a costruire questo tipo di rapporto sapendo che l’altro/altra non è il mio doppione, la mia fotocopia; perché, come dice la Scrittura, l’altro/altra è un aiuto che mi corrisponde (cfr. Gen 2,18), e solo se lo riconosco e lo rispetto come tale potrà davvero arricchirmi. Occorre diventare capaci di una relazione affettiva matura, che sappia far crescere e stimoli a camminare insieme.
La relazione affettiva sappiamo però che non è l’unica. Noi cresciamo grazie all’amore di tanti: genitori, fratelli, nonni, insegnanti, amici, che ci aiutano a crescere – ed è una grazia – anche attraverso una correzione franca, sincera, energica. Un giovane cresce quando riconosce il debito che ha verso chi lo ha introdotto nella vita. Un giovane cresce anche quando sa perdonare i suoi genitori, i suoi insegnanti, gli adulti che gli sono vicini.

Per chi sono, quando ci si sente responsabili – noi, in prima persona – degli altri: dei nostri familiari, dei propri compagni di scuola o di lavoro, del bene comune di una città. Si diventa uomini e donne perché si è capaci non solo di ricevere, ma anche di dare. E ben vengano esperienze educative come quelle dei nostri oratori, che vedono giovanissimi diventare prima animatori, poi responsabili ed educatori dei più piccoli. È proprio qui che si sperimenta la verità di quella parola di Gesù: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).

Per chi sono (considerazione che vale solo in questo secolo, prima non esistevano) con l’uso responsabile dei cosiddetti social network – perché tutto quello che possiamo scrivere si diffonde a una velocità sconvolgente e ciò che messaggiamo può raggiungere un’infinità di persone – senza diventarne dipendenti e alla fine schiavi. So di essere la persona meno indicata a parlarne, perché non so usare queste modalità di comunicazione; ma so anche per esperienza che è molto più arricchente un colloquio ‘a tu per tu’ che un ‘mi piace/non mi piace’ postato.

Certamente, il “per chi” è questione che riguarda anche noi adulti, che – come si dice da più parti – dovremmo imparare ad ascoltare di più i giovani, senza dimenticare però che l’ascolto è bene che sia reciproco. Ma ne uscirebbe un altro articolo…

Concludo, invitando tutti – ragazzi, giovani, adulti, anziani, inclusi anche i bambini – a imparare tre linguaggi: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore, il linguaggio delle mani. Perché un uomo, e anche un cucciolo d’uomo, è fatto dalla mente che cerca di capire, dal cuore che cerca di sentire, dalle mani che cercano di agire. Non puoi capire tutto senza sentire; non puoi sentire tutto senza agire; ma non puoi mai agire senza sentire e capire. Questo è il cammino che auguro a tutti di poter seguire.

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